I fiori sono gioielli della natura, con la loro ricchezza, vestono la sua bellezza estiva

Il concorso è destinato a tutti coloro che intendono abbellire con fiori di ogni specie, colore e profumo, davanzali, logge, marciapiedi, portoni e piazze del paese.

Per partecipare bisogna iscriversi entro, e non oltre, il 31 maggio 2011 presso la nostra sede (Palazzo De Leo) in via Roma nei giorni di sabato e domenica dalle ore 16.00 alle ore 18.00.

Info: 0825/444235 – info@prolocofrigentina.it

La partecipazione è gratuita

Le singole creazioni saranno valutate da una commissione.

Ai vincitori del concorso, un premio speciale.

Ad ogni bambino iscritto sarà intitolata una pianta del paese, della quale lo stesso diventerà responsabile.

La premiazione avverrà giovedì 4 agosto 2011 dalle ore 19.00 nella villa comunale

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La Pro Loco Frigentina aderisce e promuove con entusiasmo l’iniziativa della Pubblica Assistenza “Rocco Pascucci” di Frigento volta all’acquisto di una nuova e moderna ambulanza.

Il presidente dell’associazione Gaetanino Pugliese ha rivolto ai frigentini un invito a collaborare all’iniziativa e speriamo che da tutti venga recepita l’importanza del servizio di volontariato svolto dalla PAF che il 19 agosto 2011 festeggerà il suo 25° Anniversario.

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Taverna bianca. Il riferimento del toponimo è relativo alla presenza di una nota costruzione (derivato del medievale taberna – sec. XIV – usato per indicare una bottega, successivamente un’osteria oppure una locanda piuttosto modesta, con camera annesse), situata nei pressi della località Piani di San Filippo.

Vado dell’Occhiano. Il toponimo, in dialetto varo re l’occhio, si compone del geomorfonimo vado (che significa guado, punto di attraversamento di acque basse) e di un fitonimo, riferibile alla pianta del loppo o acero italico, il cui nome è derivato dal latino opulus.

Vàsoli. Toponimo riferito all’ultimo tratto dell’asse del cardus romano, inserito nello schema ippodameo del tessuto urbano più antico. Ha il significato di “lastra di pietra per selciato” e deriva da un termine del latino parlato *basula/*basulum “lastra, pietra”.

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Leave A Comment, Written on dicembre 23rd, 2010 , Frigento

Scheda di celio. L’oronimo skera indica un declivio in discreta pendenza, aperto dal disboscamento. Il termine trae origine probabilmente dai temi indoeuropei skhel o sker, che rispettivamente valgono “inciampare” e “tagliare”, richiami ripresi nell’italiano “scarpa, scarpata” nel senso di pendio scosceso. Il termine celio si presta ad una molteplicità di interpretazioni: si possono ipotizzare derivazioni da termini latini cilium “ciglio” o dal personale Caelium; più difficile appare il confronto con la voce osca kaila che indica la presenza di un tempio o di un’edicola.

Selece. Il termine è un litonimo, derivato dal latino silex, -icis “selce”, che nel latino medievale era divenuto selice, passando ad indicare blocchetti o lastre squadrate di pietra dura, non necessariamente di natura silicea, usate per la pavimentazione stradale.

Sterpara di fratta. Toponimo composto che presenta l’evidente fitonimo dialettale streppàro “sterpaio” (dal latino volgare *stirpum “sterpo, ramoscello secco e spinoso”). Il secondo termine, fratta, deriva dal latino fracta, da frangere “abbattere”, per cui il significato originale è quello di “luogo disboscato”.

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1 Comment, Written on novembre 28th, 2010 , Frigento

Pubblichiamo il settimo post sul sisma, scritto da Incoronata Graziosi di Frigento.

Avevo 10 anni ed i capelli lunghi, quando ho vissuto quel terribile momento.

La luna era piena, nel cielo limpido di quella domenica sera e l’aria ferma e calda; non sembrava fosse novembre.

Guardavo la tv  mentre mia madre portava dei frutti in tavola.

Il mio gattino bianco e nero, girava su se stesso; cercavo di accarezzarlo, ma non si lasciava prendere.

Era molto nervoso, quella sera, a differenza degli altri giorni.

Mentre allungavo la mia mano per prendere un frutto, ho sentito un grosso boato fuori della mia casa: sembrava essere caduto qualcosa di grande, dall’alto verso il basso.

Con la mente di bambina, ho creduto fosse una navicella degli UFO (ripensando ai racconti della gente di qualche giorno prima, a proposito dell’atterraggio degli UFO, in una delle campagne poco distanti da casa mia…).

Dopo quel boato, ho cominciato a sentire giungere da lontano, uno strano rumore, come quello di tanti aerei che si muovono in gruppo.

E più prestavo attenzione a quel rumore, più quel rumore mi si avvicinava e cominciavo ad avere paura.

Sentivo il cuore arrivare in gola e non pensavo più agli UFO, ma ad aerei di guerra, pronti a far fuoco sulla mia casa.

All’improvviso……..un secondo di silenzio assoluto; poi, tutto ha iniziato ad oscillare, sotto i miei piedi, intorno a me.

Ho visto camminare il pavimento, come se al di sotto di esso, ci fosse un topolino in fuga ; aprirsi e chiudersi i mobili della cucina, cigolare le porte, ho sentito cadere bicchieri dalle vetrine di mia madre.

Ho visto dondolare il lampadario di quella stanza e, il ricordo peggiore, spostarsi e creparsi le mura della mia casa.

A quel punto, mia madre, mi ha afferrato per i capelli e trascinata fuori e, lì, ho visto cose che sono difficili da credere, difficili da spiegare e ricordi sempre vivi, difficili da cancellare.

Le scale esterne, si muovevano verso un’altra casa, attaccata alla mia e divisa da un corridoio sbrecciato.

Il mio gatto fuggì spaventato appena trovò la via di uscita, con noi.

Non lo vidi più, da quella sera.

Quando raggiunsi la strada, mi ritrovai lì con altra gente, che urlava e piangeva.

Alcune erano ferite, altre non parlavano e mi fissavano, altre ancora si muovevano senza mèta, sembravano essere impazzite.

Poi, ho udito il fischio di mio nonno che giungeva da lontano; l’ho riconosciuto, in quel gran baccano, perché era una sorta di richiamo, che solitamente utilizzava fare quando giocavo con lui e mi nascondevo e lui non mi ritrovava.

Ed in quel momento, l’ho raggiunto e l’ho abbracciato forte.

Nei giorni successivi, altro non ricordo che il correre sfrenato e disparato delle autoambulanze e dei mezzi militari, le coperte di lana in cui ci avvolgevamo durante le notti trascorse a dormire nelle nostre auto, i grandi falò, accesi per riscaldarci, negli spazi aperti intorno a noi.

La mia casa resse, non crollò. Ma intorno a me, vedevo solo macerie o parti di casa aperte come se qualcuno le avesse divise a metà.

Oggi ho 40 anni ed i miei capelli sono ancora lunghi, malgrado l’età.

Vivo in un paese umbro, a confine con la Toscana, le Marche e l’Emilia Romagna.

Ho rivissuto quel terribile momento anche qui, qualche anno fa.

Sembra che questo fenomeno non voglia allontanarsi, né abbandonarmi.

L’intensità del sisma, fortunatamente per l’area geografica in cui vivo, è stata minore rispetto a quella vissuta 30 anni fa, alle ore 19.35.

Sisma che comunque, ha buttato giù il campanile di Assisi, oggi già in parte, ricostruito e distrutto Colfiorito ed altre zone limitrofe.

Questo ricordo, è la mia forza e da essa, ho acquisito coraggio, per fortificare queste persone, a non aver paura, raccontando loro il peggio da me vissuto.

Sono riuscita a strappare un sorriso alla gente di Colfiorito (zona particolarmente colpita) durante un mio breve periodo di volontariato loro prestato, proprio in virtù di quanto trascorso.

Ho detto loro : «forza e coraggio; queste sono e saranno per noi tutti solo scosse di assestamento».

Ci rialzeremo più forti che mai e ricostruiremo le nostre casa e la nostra vita…

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Leave A Comment, Written on novembre 17th, 2010 , Storia

Pubblichiamo il sesto post sul trentennale del sisma, scritto da Daniele Cipriano di Gesualdo.

Non ricordo il caldo di un Novembre infausto, né l’acre odore della paura.

Non immagino il sangue a lambire la strade arroccate. Non mi presto a indagini di psicologia delle catastrofi: non ero nato ed il terrore non mi ha generato.

Dei numeri che hanno governato il disastro, non mi appartiene quel tempo sospeso delle 19 e 34. Il numero che ha dettato i crismi della mia memoria è 219. Il mio Paese, Gesualdo, ha avuto la sua contabilità macabra: pochi e significativi morti. Non ho potuto immaginare la speranza e la rinascita. La solidarietà e i progetti sono fermi nel pensiero di pochi. Ho visto con i miei occhi ed assaporato con la mia pelle le trame di quel numero, 219, che ha dato voce alla morte più violenta e silenziosa: quella di un intero territorio.

Per molti può essere retorica, ma a me interessa poco. Di quell’eldorado inatteso ricordo le poche briciole, di un padre operaio edile. Ho visto politici in erba, commercianti, imprenditori, professionisti edificare sul sangue raffermo della terra imperi di carta e di cemento. Ho conosciuto famiglie rette da un solo equilibrio: il denaro da spendere e spandere.

L’Irpinia ha conosciuto la moda, le fuoriserie, i viaggi esotici, l’istruzione a tutti i costi. Ha abbandonato la storia per perdersi nel mantra di un futuro sospeso.

La morte, però, come una orrenda nemesi ha voluto un breve congedo. Non posso dimenticare verso la fine degli anni ’80, quelle parole che suonavano terrificanti: droga, suicidio, depressione, fallimento, etc. Poi un’altra parola a distanza di pochi anni: overdose!

Mi viene in mente Pavese: «verrà la morte…» e avrà un numero, 219.

La mia casa non ha subito nemmeno una lesione: risparmio e sudore di un uomo di altri tempi, mio nonno. Nei ricordi di famiglia mia zia ebbe un forte shock per l’evento. Penso che quella ferita se la porti dentro come un peso sospeso sullo spirito.

Mi guardo intorno e non vedo presepi. Osservo l’orizzonte in montagna e scruto un patrimonio ambientale sprecato. Le case disperse senza criterio sono sfitte. Le piazze, a trent’anni da quel 23 novembre, ospitano dolenti le giaculatorie di pochi anziani e l’abbaiare stanco di qualche cane.

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Leave A Comment, Written on novembre 11th, 2010 , Storia

Pubblichiamo il quinto post sul trentennale del sisma, scritto da Luigi Famiglietti, sindaco di Frigento.

Nel 1980 avevo cinque anni eppure ricordo abbastanza nitidamente la sera del 23 novembre, la sera del sisma. Ero febbricitante e stavo nel “lettone” dei miei genitori; nella stanza con me c’erano mia madre e mia nonna che teneva in braccio mia sorella di poco più di un anno.

All’improvviso si udì un boato, andò via la corrente e ricordo che dalla finestra entrò un bagliore forte che sembrava quasi squarciasse la parete di fronte a me.

Ricordo che si bloccò la porta della stanza e le urla di mia nonna che gridava «Trema! Trema!» e invocava l’aiuto di Santa Barbara (protettrice di coloro che si trovano «in pericolo di morte improvvisa»).

Dopo poco con l’aiuto del nonno uscimmo dal nostro appartamento e sul pianerottolo e lungo le scale incontrammo gli altri condomini. Ricordo in particolare che uno di loro, Tonino, invitava tutti a stare calmi perché il palazzo era stato costruito in cemento armato e non sarebbe crollato.

Scesi al piano terra trovammo il portone d’ingresso del palazzo bloccato e mio nonno usò la mia prima bicicletta, una ’12 con le gomme dure e le rotelle, per sfondare i vetri e liberare l’uscita.

A questo punto arrivò mio padre, spaventato, era uscito a fare due passi “sui vasoli”, il piccolo corso di Frigento ed aveva assistito al crollo del Municipio; ci raccontò delle macerie che avevano ricoperto l’intera piazza principale del nostro paese e del polverone che aveva invaso i “vasoli”.

Ci mettemmo in macchina, nella nostra 127 gialla e ci spostammo un centinaio di metri più in là, sui “limiti”; in pochissimo tempo, via Panoramica Limiti, la strada pedonale da cui si godono meravigliosi panorami, era diventata il luogo sicuro, lontano dalle case, dove le famiglie del centro storico di Frigento avrebbero passato la prima notte del terremoto nelle rispettive automobili in compagnia di una luna grossa e raggiante.

Di quella notte ricordo «le scosse di assestamento» come le chiamava mio padre che mi spiegava che ormai il peggio era passato e la terra piano piano si sarebbe calmata, i racconti di mia nonna che faceva i paragoni con i terremoti del ’30 e del ’60, la forte preoccupazione di mia madre che non riusciva ad avere notizia dei nonni di Guardia, i suoi genitori.

Il secondo giorno ci spostammo nel piazzale del convento del Buon Consiglio dove si allestivano le prime tende. Il convento si trova al Piano della Croce lungo la s.s. 303, la strada che porta a Sant’Angelo dei Lombardi, epicentro del sisma e non dimenticherò mai il via vai delle ambulanze, dei camion militari e delle grosse autobotti dei pompieri che sfilavano veloci verso il dramma.

Quella notte mia sorella si ammalò e i miei genitori decisero di partire, saremmo andati a Roma dove ci avrebbe ospitato una zia di mia madre, una suora originaria di Guardia dei Lombardi che si occupava della direzione amministrativa di una clinica gestita dalle suore di Sant’Anna.

Ci sarei rimasto per un mese, con mia madre e mia sorella, fin quando saremmo potuti rientrare nella nostra casa di Frigento; un mese passato a scrivere tante letterine che mio padre ogni settimana recapitava ai miei nonni rimasti in Irpinia.

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Leave A Comment, Written on novembre 8th, 2010 , Storia

Pubblichiamo il quarto post sul trentennale del sisma, scritto da Saverio Di Sibio di Frigento.

Ricordo tutto di quella sera: il divano rosso su cui ero seduto, la piccola televisione in bianco e nero, la sintesi di Juventus-Inter, il tremendo rumore, il balzo che fece mio padre, la forza con cui strinse me e mia sorella a se, lo sguardo terrorizzato di mia madre, la mia consapevolezza che fosse il terremoto come quello del 76 in Friuli visto in tv, la polvere di quando finalmente uscimmo in strada, il buio, il ripetere di camminare per le strade più larghe per sfuggire ai crolli, il passo concitato delle persone che cercavano di raggiungere casa, l’abbraccio rassicurante di nonno con gli occhi lucidi, lo spiazzo di Largo Macello insolitamente gremito a quell’ora, Angelo completamente bianco di polvere che correva e ci diceva che il Municipio era crollato, la 128 bianca di papà, la prima notta passata con Rocco, Geny e Elvira in macchina, il silenzio di quella notte.

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Leave A Comment, Written on ottobre 29th, 2010 , Storia

Pubblichiamo il terzo post sul trentennale del sisma, scritto da Pio Capobianco di Frigento.

L’orologio segnava le 19.34, eppure mi ero già messo a letto perché il giorno dopo, un lunedì, mi sarei dovuto svegliare presto per andare a scuola. Avevo sei anni, eppure dormivo nel letto dei miei genitori perché piagnucolavo e a scuola non volevo proprio andarci. Vennero le scosse e i miei mi portarono in strada e, poi, nella piazza antistante la chiesa della Madonna del Buon Consiglio. Lì passammo la notte e, nelle tende, i giorni che seguirono.

Del sisma del 1980 conservo solo questi pochi ricordi, eppure so che ha modificato il corso della mia vita. In assenza di quell’evento con ogni probabilità oggi non vivrei a Bologna, dove lavoro come insegnante. Forse coltiverei quei terreni ai quali mia madre ha dedicato tutta la sua vita; oppure cercherei fortuna all’estero come mio padre, che è stato operaio edile in Svizzera.

Mentre faccio questa riflessione, penso al pancione di mia moglie, che ho conosciuto in una scuola bolognese, e capisco che, in fondo, Anja (è questo il nome che le daremo) è figlia anche di quell’evento, che ha cambiato la vita ad un bambino che non voleva andare a scuola e che, trent’anni dopo, a scuola ci va quasi tutti i giorni.

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1 Comment, Written on ottobre 22nd, 2010 , Storia

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