Quando ero ragazzino la settimana santa era caratterizzata da alcuni eventi che si intrecciavano con le liturgie religiose. Naturalmente molti, quasi tutti, si ripetono tuttora di anno in anno, ma in quella fase particolare della vita, per me avevano un sapore del tutto speciale. Uno di questi eventi mi torna alla mente e caratterizzava il giovedì santo. Facevamo una gara per essere inseriti nei cosiddetti «apostoli» che partecipano durante la messa in coena domini alla lavanda dei piedi. La gara, solo virtuale visto che non c’era una vera selezione, era accanita per paura di non rientrare nel novero dei prescelti. Intanto spesso capitava che non si raggiungesse il numero, per noi obbligatorio al fine di rappresentare meglio l’episodio evangelico, di dodici.

La lavanda dei piedi era caratterizzata da momenti di ilarità per via dello scalzarsi il piede per essere bagnato e baciato dal sacerdote. Ad una certa età tutto è fonte di risate.

Al termine della celebrazione ognuno di noi riceveva l’agognato premio per il quale si faceva il sacrificio di mettere a nudo il proprio piede. Il sacerdote si avvicinava al gruppo degli apostoli e consegnava il tortono: un pane dalla forma di ciambella che viene preparato solo nella settimana che culmina con la Pasqua.

Quel pane era subito azzannato e poteva capitare che ne arrivasse ben poco a casa. La crosta sottile ma croccante, la mollica bianca e morbida nella loro semplicità significavano l’arrivo della primavera e un altro anno devoluto alla nostra crescita.

La settimana santa sta per arrivare e con essa anche il tortono.

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Written on marzo 22nd, 2010 , Enogastronomia

Una sera, spinti dalla curiosità, io e Tiziana, che allora non era ancora mia moglie, siamo andati a cena in una trattoria lucana nel centro di Bologna. Seduti al nostro tavolo, abbiamo scorso il menu e, con sorpresa mista a piacere, ho notato un piatto che appartiene anche alla tradizione gastronomica irpina, i peperoni cruschi, che abbiamo subito ordinato.

Mia madre, per la quale l’orto è un luogo sacro, riservava ai peperoni i primi solchi, come a stabilire una gerarchia rispetto ai pomodori. Durante l’estate, di prima mattina e/o di tardo pomeriggio, irrigava le piante, sfruttando l’acqua di vallone confluita in una cisterna. Quando le bacche giungevano a maturazione, assumendo il colore rosso porpora, le raccoglieva e, con un grosso ago e dello spago, le infilava dal gambo per formare le serte. Queste ultime, approfittando delle ultime settimane estive, durante la giornata restavano appese nel sole cocente; al tramonto venivano portate al coperto per evitarne l’esposizione alla rugiada mattutina. Quando l’estate cedeva il passo all’autunno, i peperoni, già in parte disidratati, si guadagnavano il loro spazio definitivo in cucina, appesi ad un bastone metallico collocato sopra il focolare. Da lì sopra dominavano la cucina, pronti ad accompagnare un piatto di verdura, magari di cicoria selvatica. Se resistevano fino alla primavera, diventavano un ingrediente di uno dei piatti più saporiti della cucina contadina: la frittata con gli asparagi selvatici.

Dopo quella sera, la trattoria lucana è diventata il nostro locale preferito, il luogo in cui passare momenti speciali: è stato lì che abbiamo portato a pranzo i pochi intimi invitati al nostro matrimonio. Merito dell’oste, un abile chef; merito dell’ambiente, pieno di oggetti che, un tempo, arredavano le case dei contadini; merito di quei peperoni, capaci di restituirci un tocco di Mediterraneo in una città che va a ciccioli.

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Written on gennaio 26th, 2010 , Enogastronomia

C’è un ricordo che porto con me e reca immagini, sapori e profumi di trent’anni fa. Avevo quasi quattro anni e in quella sera la mia famiglia era giunta a Frigento, dove si era trasferita dopo anni passati da emigrati in Toscana. Mentre i miei genitori erano intenti a seguire le vicende del trasloco, io e mia sorella eravamo con la nonna di mia madre davanti ad una stufa a legna. Già la stufa mi incuriosiva molto coi suoi sportelli, il tubo marrone che portava il fumo fuori dall’abitazione, i cerchi concentrici sul suo piano d’appoggio che seguivo con gli occhi, dall’esterno all’interno e viceversa. Il viaggio oculare veniva interrotto dalla mia bisnonna che con un ferro dalla forma uncinata rompeva la magia dei cerchi e ravvivava il fuoco aggiungendo un pezzo di legno. Proprio da quella stufa estraeva delle patate da sotto la cenere e ce le offriva appena si fossero raffreddate un po’. Niente di più semplice. Quella fu la mia prima cena a Frigento e ancora la ricordo.

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Written on gennaio 14th, 2010 , Enogastronomia

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