Pubblichiamo il secondo post sul trentennale del sisma, scritto da Violante Dino Romano di Castelfranci.

Il giorno del terremoto del 23 novembre 1980 avevo sette anni.

Erano le 19 e 30 passate ed ero a cena con la mia famiglia: i miei genitori e mia sorella. Chiedevo a mio padre del perché della guerra quando, all’improvviso se ne andò la corrente e si sentì un forte fischio. Mio padre se la prese con il frigo, che non funzionava bene, e diceva che ormai era ora di cambiarlo.

Non finì la frase che tutto cominciò a sobbalzare. Io, non so come, mi trovai sotto il tavolo e urlai: «Il terremoto!». Di quei novanta secondi non ricordo nient’altro. Quando finì cercammo di uscire e sulla testa ci cadeva polvere. Mio nonno non era a tavola con noi ma si trovava nel salotto a guardare i risultati delle partite. Lo sentivano gridare che dovevamo andare via senza pensare a lui.

Si fece difficoltà ad aprire la porta, ma quando ci riuscimmo trovammo una pietra di marmo caduta dal palazzo di fronte al nostro, vecchio e molto alto, rimasto in piedi grazie alle catene di sostegno. Se fossimo usciti prima quella pietra ci avrebbe ammazzati.

Piano piano uscimmo dal vicolo e arrivammo alla piazza del mio paese (Castelfranci).

I lampioni oscillavano fortemente e quasi toccavano il suolo, sembravano canne sbattute da un forte vento.

La piazza cominciava a gremirsi di persone che sbucavano da tutte le parti, terrorizzate. Chi urlava dicendo che era crollato il campanile della chiesa di San Nicola, chi diceva di essere vivo per miracolo… mi sembrava di vivere in un incubo.

Poi arrivò anche il parroco che si era visto crollare una casa quasi addosso e diceva che bisognava trovare delle persone sotto le macerie. Questa casa era sulla piazza, si vedeva, ma era crollata la parte posteriore che non si scrutava. Una signora fu salvata ma aveva una gamba maciullata e con un furgone cercarono di portarla all’ospedale di Sant’Angelo dei lombardi, non sapendo che avrebbero trovato di peggio.

Si fecero delle squadre per perlustrare il paese. Io ero preoccupato per i miei amici. Per fortuna stavano tutti bene. Nel paese morti non ce n’erano. Solo molti danni. Quasi un miracolo vedendo poi quelle casette di pietra aggrappate al tufo spaccate e lesionate.

Passammo quella notte in macchina. Avevamo una Fiat 127 rossa. Molti furono ospitati da un pullman di linea che era parcheggiato nella piazza. Altri, come noi, nelle automobili.

Fu anche improvvisata una cucina alla buona per dare a noi bambini qualcosa di caldo.

Di quella lunga notte non ricordo più nulla.

Il giorno dopo ci trasferimmo in campagna da una mia zia che aveva una casa nuova e non danneggiata. Lì stemmo per qualche mese fino a quando i miei non affittarono una casa agibile in paese visto che la nostra era minacciata dal palazzo di fronte, a rischio di crollo: era quasi spaccato a metà.

In quella casa siamo stati fin quando non hanno ultimato i prefabbricati dove siamo vissuti fino al 1989, quando ci hanno consegnato la nuova casa.

Sono ricordi di un bambino, frammentari, ma mi ritornano spesso soprattutto quando poi, con il tempo, mi sono accorto dell’entità di quella scossa vedendo paesi distrutti e gente morta.

Potevo essere morto anch’io, ma il Signore ha voluto diversamente ed ora sono qui a condividere i miei pochi ma drammatici ricordi di quella tremenda notte di paura.

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Written on ottobre 19th, 2010 , Storia

Pubblichiamo il primo post sul trentennale del sisma, scritto da Domenico Cipriano, di cui è in uscita il libro Novembre.

L’esperienza del terremoto non si può esprimere con il racconto di un fatto accaduto. Quello poco a poco muta, senza cancellarsi mai, e prende forma in altre sensazioni, nei comportamenti, nelle paure che affollano la notte o le immagini di cose che rievocano ancora il ricordo. Siamo segnati sotto la carne, in modo apparentemente invisibile. Così, per me, rievocare con la poesia quei giorni, quegli anni, è stato come rimuovere i segni di una sofferenza che ancora continua. Ma occorreva farlo, cercando di mantenere la distanza da qualcosa verso cui la distanza non è misurabile, perché ti accorgi che sei tu stesso ciò di cui parli.

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Written on ottobre 18th, 2010 , Storia

L’Italia è un paese in cui si è soliti ricordare gli anniversari di ogni cosa, da avvenimenti personali a episodi della storia patria… Nel 2010, infatti, già tante sono state le occasioni per aprire il libro dei ricordi, non sempre felici; ma c’è una data che per la nostra terra sarà più che un semplice anniversario.

Il prossimo 23 novembre saranno trascorsi trent’anni dal sisma che sconvolse uomini e cose, storie e comunità. Le persone, che hanno vissuto quel minuto, hanno da raccontare il proprio terremoto e il proprio post-terremoto. Un evento così coinvolgente, così enorme, per una strana anomalia delle grandezze non può essere raccontato se non attraverso le singole voci. Ciascuna persona che abbia avuto a cha fare con l’evento, è a tutti gli effetti una protagonista e porta con sé una porzione di storia da raccontare, ugualmente meritevole rispetto alle altre.

Con questa consapevolezza e senza alcuna presunzione, inizia da oggi uno speciale del nostro sito, una porzione di vita di esso sarà aperta per ospitare ricordi, riflessioni, fotografie e tutto quanto possa rappresentare un frammento della vita dell’Irpinia che in quel 23 novembre ritrova un anno zero da cui contare il tempo che passa. Guardandosi indietro a trent’anni di distanza, si fa ancora più netta la sensazione che anche involontariamente e ben lontano dalla facile retorica, ci possa essere un prima e un dopo. Ciascuno di noi, come in seguito ad un vecchio modo di vaccinare, ne porta ancora i segni.

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Written on ottobre 8th, 2010 , Storia

Pagliara. Il significato etimologico del termine è chiaramente legato all’esistenza di pagliai, intesi come “capanne, tuguri, rifugi” che traggono nome dalla voce del latino medievale palearium/a, a sua volta legata a palea “paglia” con l’aggiunta del suffisso collettivo – arium/aria che indica discreta presenza di questi pagliai, usati come abituri più o meno temporanei dalla frazione più disagiata della popolazione.

Pannizza. La voce pannizza ha il significato di “recinto chiuso, ricovero per le greggi”, che trova un corrispettivo nel termine analogo jazzo, derivato dal latino volgare *jacium “addiaccio, giaciglio”, astratto di jacere “giacere”, usato anche per indicare un suolo di forma ben definita e delimitata.

Parco. Nel Glossarium del Du Cange il termine latino Parcus è definito come “valle incassata ed arborata”, ad indicare una zona rurale aperta e cintata lungo i margini da una coltre di alberi piantati dall’uomo.

Pesco. Voce presente in tutto i dialetti meridionali, significa “pietra, grosso masso”. Anticamente Piesco o Plesco di Morra, poi, in seguito alla costruzione di una chiesa dedicata all’Arcangelo Michele, S. Angelo a Pesco. La dizione Morra veniva dall’omonima famiglia che possedeva l’intero casale e che vendette l’intera zona ad Elia, conte di Gesualdo, con atto del 1206. La località nota volgarmente coma La preta re lo pièsco ha, da sempre, esercitato una grande suggestione sulle popolazioni frigentine, alimentando leggenda sull’antica rocca, sulla chiesetta che sembra esservi collocata, sui briganti e sull’occultamento di favolosi tesori, dei quali sembra realmente esistere qualche ricorrente traccia, pur se mai esplicitata e catalogata.

Pila ai Piani. Tipico toponimo composto (idronimo + geomorfonimo): il primo, derivato dal latino pila e riferito all’esistenza di un lungo abbeveratoio alimentato da due forti getti sorgentizie; il secondo, di tipo descrittivo e riferito chiaramente alla conformazione pianeggiante dell’area (dal latino planus “piano, pianura”).

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Written on settembre 28th, 2010 , Frigento

Questa poi non me la sarei mai aspettata. Che emozione, ancora ho addosso i brividi della sorpresa e un po’ della paura. Una volpe a via Limiti. Non era un gatto, né un cane, ma una vera volpe che prima ha attraversato la strada, poi ha saltato il muretto delle rose e l’ha percorso tutto fino al Baraccone. Non ero da sola, quindi ho potuto osservarla bene e lei ha osservato noi senza spaventarsi. Cercava tra l’erba, fiutava, si muoveva lenta con quella sua bella coda rossa con i riflessi dorati. Io ho provato a fotografarla con il telefonino, ma il risultato non è stato soddisfacente. Non sapevo cosa dire, ma ho pensato che per avvicinarsi tanto, forse aveva fame, cercava cibo. Non trovando niente, è saltata dal muretto ed è ritornata giù nel bosco. Nell’attraversare la strada alcune persone, anche loro sorprese, dicevano l’un l’altra «Guarda, una volpe! Prendiamole la coda».

Che bel film di fine estate. Intanto via Limiti ci riserva ancora tante sorprese.

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Written on settembre 5th, 2010 , Luoghi

C’è una cosa che faccio di tanto in tanto e che faccio da quando, una quindicina di anni fa, ho conosciuto internet. Di tanto in tanto inserisco il mio cognome sui motori di ricerca e premo invio. Non so perché lo faccio, forse perché il mio cognome è poco diffuso (una ottantina di utenze sull’elenco telefonico sparse tra Abruzzo, Liguria, Puglia, Lazio e Campania), forse perché mi intriga sapere cosa fanno i Di Sibio nel mondo, forse perché mio padre ed il suo nonno sono stati emigranti: vorrei capire meglio i racconti dell’uno ed aiutare mio padre a ricostruire la figura di un nonno che non ha mai conosciuto.

Un pezzo di questa storia, della Storia della mia famiglia, sono riuscita a ricostruirla tramite una pagina (la 109) del New York Passenger Lists, 1820-1957 ritrovata su un sito internet (www.ancestry.it).

Sono riuscito a capire più da questo documento che dalle ore passate ad ascoltare i racconti di mio nonno Francesco Saverio che suo padre, Giuseppantonio Di Sibio, se lo ricordava a stento. Era partito quando lui aveva solo 4 anni e di lì a qualche anno sarebbe morto tragicamente in quello che oggi definiremmo un incidente sul lavoro.

Da questo documento ho appreso che il mio bisnonno è approdato in America a New York il 30 Aprile del 1901 a bordo della Christiania salpata da Napoli, che il suo nome era stato storpiato all’arrivo in Guiseppeantonio, che aveva 26 anni quando vi è approdato, che era sposato (e questo lo sapevo), che sapeva leggere e scrivere, che era calzolaio e che era diretto da un certo Genua che abitava in Atlantic Avenue a Brooklyn, New York.

Non era il solo frigentino su quella nave. Con lui avevano viaggiato: Famiglietti Vitantonio 24 anni, D’Avino Fedele 23 anni, Capobianco Angelo il più giovane 19 anni, Capobianco Nicola 27 anni, Montecalvo Francesco 27 anni, Braconetti Vito Michele il più anziano di tutti 42 anni.

Per farmi un’idea di come era stato quel viaggio e di come venivano accolti i nostri concittadini dalla “più grande democrazia del mondo” ho guardato Nuovomondo di Emanuele Crialese.

Ho immaginato lo smarrimento, l’umiliazione, la rabbia, la voglia di rivalsa che un ragazzo di 26 anni deve aver provato ad essere catapultato da una realtà ancora nel medioevo in questo nuovomondo: per una attimo ho rivisto Giuseppantonio Di Sibio e con lui i tanti Giuseppantonio che hanno contribuito a fare dell’America quello che oggi è, nonostante come l’America li avesse accolti.

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Written on agosto 26th, 2010 , Migrazione

Facendo una passeggiata lungo via Limiti è impossibile rimanere estranei alla varietà di panorami che si aprono davanti agli occhi. Panorami, una parola semplice, secca ma che nasconde storia, cultura, tradizioni, architettura, natura… se viene declinata come il progetto turistico che ha come fulcro Frigento.

Questo spazio nel web vuole essere un tentativo di rendere almeno in parte la veduta. Ringrazio Rocco Capobianco e Saverio Di Sibio per la passione con cui hanno realizzato questo lavoro.

Aprite gli occhi verso questi infiniti panorami!

Panorami

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Written on agosto 23rd, 2010 , Luoghi

Pubblichiamo la presentazione del bed and breakfast I due gelsi scritta dai proprietari, la famiglia Fabbraioli.

A I due gelsi: natura, armonia e relax regnano sovrane.

Luogo ideale per chi vuol trascorrere momenti di benessere solo o con i propri cari, lontano dallo stress e dalla routine quotidiana in una atmosfera serena e familiare.

Situato nei pressi di siti archeologici, storici, religiosi, naturalistici e termali (distanze: da min. 1 a max. 15 km).

Servizi minimi offerti: pernottamento in camera matrimoniale e prima colazione con possibilità di utilizzo dell’angolo cottura e degli spazi comuni della casa.

Gratis: bambini fino ad anni 3 con servizio culla su richiesta.

A “I Due Gelsi”: natura, armonia e relax regnano sovrane.

Luogo ideale per chi vuol trascorrere momenti di benessere solo o con i propri cari, lontano dallo stress e dalla routine quotidiana in una atmosfera serena e familiare.

Situato nei pressi di siti archeologici, storici, religiosi, naturalistici e termali (distanze: da min. 1 a max. 15 Km).

Servizi minimi offerti: pernottamento in camera matrimoniale e prima colazione con possibilità di utilizzo dell’angolo cottura e degli spazi comuni della casa.

GRATIS: bambini fino ad anni 3 con servizio culla su richiesta.

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Written on agosto 9th, 2010 , Ricettività

Pubblichiamo la presentazione del bed and breakfast Frequentum scritta dal proprietario, Nunzio Morra.

Frigento è uno di quei posti dove il tempo sembra essersi fermato. È uno di quei posti in cui puoi percorrere le strade del centro abitato ed essere avvolti dal rumore del silenzio. Frigento è il punto ideale da cui partire per scoprire l’Alta Irpinia: un’altra Irpinia. Un Irpinia non toccata dal turismo mordi e fuggi delle montagne intorno ad Avellino. L’Alta Irpinia è meta di un turista che ha avuto la pazienza e la costanza di percorrere una distanza maggiore per godere degli splendidi panorami di via Limiti a Frigento, per ritemprarsi nello spirito all’Abbazia del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi, per fare un tuffo nel pieno Medioevo di Rocca San Felice, per allenare il fisico nelle strutture sportive di Sturno, per degustare il DOCG Taurasi a Taurasi, per  vivere i tanti eventi e le tante sagre che questa terra offre in ogni stagione dell’anno.

L’idea del B&B Frequentum a Frigento nasce dal desiderio di offrire ad un turista consapevole la possibilità di godere di tutto questo il tutto in una struttura nuovissima e con la gentilezza e la cortesia della gente irpina.

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Written on agosto 9th, 2010 , Ricettività

Mattine. Il toponimo, ascrivibile alla classe degli agronimi, è molto diffuso in tutta l’Alta Irpinia e nel sud Italia in genere, specie nell’area pugliese: esso si riferisce ad un “terreno coltivato, dissodato”, forse dalla voce mediterranea *mata- “altura, monte”, poi nel latino volgare *matta-, “blocco di terra”, da cui il termine mattone.

Migliano. Il toponimo deriva dal nome prediale Aemilianus, che richiama una proprietà riferita alla gens Aemilia allo stesso modo della voce Aemilianum.Secondo una valida interpretazione alternativa, Milianum dovrebbe indicare la contrada “sita nei pressi della pietra miliare”, visto che il Pesco dista 20 miglia esatte sia da Conza che da Benevento.

Molara. Il toponimo deriva dal latino mola, -ae “mola, macina di mulino”, cui si aggiunge il suffisso di pertinenza – arius/aria. L’espressione saxa molaria è riferita proprio alla particolare qualità meccanica di certe rocce (arenarie, quarziti, ecc) che la civiltà contadina ha sfruttato nella produzione di un ampio repertorio di strumenti atti all’affilatura delle lame o alla molitura.

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Written on agosto 6th, 2010 , Frigento

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