Una sera, spinti dalla curiosità, io e Tiziana, che allora non era ancora mia moglie, siamo andati a cena in una trattoria lucana nel centro di Bologna. Seduti al nostro tavolo, abbiamo scorso il menu e, con sorpresa mista a piacere, ho notato un piatto che appartiene anche alla tradizione gastronomica irpina, i peperoni cruschi, che abbiamo subito ordinato.
Mia madre, per la quale l’orto è un luogo sacro, riservava ai peperoni i primi solchi, come a stabilire una gerarchia rispetto ai pomodori. Durante l’estate, di prima mattina e/o di tardo pomeriggio, irrigava le piante, sfruttando l’acqua di vallone confluita in una cisterna. Quando le bacche giungevano a maturazione, assumendo il colore rosso porpora, le raccoglieva e, con un grosso ago e dello spago, le infilava dal gambo per formare le serte. Queste ultime, approfittando delle ultime settimane estive, durante la giornata restavano appese nel sole cocente; al tramonto venivano portate al coperto per evitarne l’esposizione alla rugiada mattutina. Quando l’estate cedeva il passo all’autunno, i peperoni, già in parte disidratati, si guadagnavano il loro spazio definitivo in cucina, appesi ad un bastone metallico collocato sopra il focolare. Da lì sopra dominavano la cucina, pronti ad accompagnare un piatto di verdura, magari di cicoria selvatica. Se resistevano fino alla primavera, diventavano un ingrediente di uno dei piatti più saporiti della cucina contadina: la frittata con gli asparagi selvatici.
Dopo quella sera, la trattoria lucana è diventata il nostro locale preferito, il luogo in cui passare momenti speciali: è stato lì che abbiamo portato a pranzo i pochi intimi invitati al nostro matrimonio. Merito dell’oste, un abile chef; merito dell’ambiente, pieno di oggetti che, un tempo, arredavano le case dei contadini; merito di quei peperoni, capaci di restituirci un tocco di Mediterraneo in una città che va a ciccioli.
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