Marciano De Leo (1751 – 1820) è, forse, il più noto dei frigentini. Personaggio quanto meno eclettico il De Leo: di professione canonico della cattedrale di Frigento è stato un poeta, un filosofo ma anche un ingegnere aeronautico.

Il suo poema Il Vesuvio sembra essere stata più che una semplice fonte di ispirazione per la più celebrata La Ginestra di Giacomo Leopardi.

Sicuramente meno nota è l’attività del De Leo in campo aeronautico. Egli infatti realizzò un progetto per dirigere gli aerostati attraverso la dotazione di ali al pallone aerostatico.

Dei suoi e nostri compaesani però il De Leo non aveva un ottimo giudizio stante almeno a quanto scrive nel Prospetto Storico, Politico, Topografico della Stato Presente della Provincia di Principato Ulteriore. In questo manoscritto, databile 1810, De Leo descrive i frigentini come dei fannulloni che sono più avvezzi ad ubriacarsi che a lavorare.

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Written on gennaio 28th, 2010 , Storia

Una sera, spinti dalla curiosità, io e Tiziana, che allora non era ancora mia moglie, siamo andati a cena in una trattoria lucana nel centro di Bologna. Seduti al nostro tavolo, abbiamo scorso il menu e, con sorpresa mista a piacere, ho notato un piatto che appartiene anche alla tradizione gastronomica irpina, i peperoni cruschi, che abbiamo subito ordinato.

Mia madre, per la quale l’orto è un luogo sacro, riservava ai peperoni i primi solchi, come a stabilire una gerarchia rispetto ai pomodori. Durante l’estate, di prima mattina e/o di tardo pomeriggio, irrigava le piante, sfruttando l’acqua di vallone confluita in una cisterna. Quando le bacche giungevano a maturazione, assumendo il colore rosso porpora, le raccoglieva e, con un grosso ago e dello spago, le infilava dal gambo per formare le serte. Queste ultime, approfittando delle ultime settimane estive, durante la giornata restavano appese nel sole cocente; al tramonto venivano portate al coperto per evitarne l’esposizione alla rugiada mattutina. Quando l’estate cedeva il passo all’autunno, i peperoni, già in parte disidratati, si guadagnavano il loro spazio definitivo in cucina, appesi ad un bastone metallico collocato sopra il focolare. Da lì sopra dominavano la cucina, pronti ad accompagnare un piatto di verdura, magari di cicoria selvatica. Se resistevano fino alla primavera, diventavano un ingrediente di uno dei piatti più saporiti della cucina contadina: la frittata con gli asparagi selvatici.

Dopo quella sera, la trattoria lucana è diventata il nostro locale preferito, il luogo in cui passare momenti speciali: è stato lì che abbiamo portato a pranzo i pochi intimi invitati al nostro matrimonio. Merito dell’oste, un abile chef; merito dell’ambiente, pieno di oggetti che, un tempo, arredavano le case dei contadini; merito di quei peperoni, capaci di restituirci un tocco di Mediterraneo in una città che va a ciccioli.

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Written on gennaio 26th, 2010 , Enogastronomia

Spesso mi è capitato di ricevere domande dalle persone che accompagnavo per una passeggiata nel centro storico di Frigento a cui, per mia ignoranza, non sapevo rispondere. Una delle più frequenti riguardava il legame vero o presunto tra Frigento e la via Appia. Questo testo di Werner Johannowsky, ex sopraintendente di Avellino Benevento e Salerno nonché uno degli archeologi più famosi d’Italia recentemente scomparso, è quasi una lezione semplice ed efficace sull’argomento, visto, naturalmente, con un punto di vista generale.

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Written on gennaio 19th, 2010 , Storia

C’è un ricordo che porto con me e reca immagini, sapori e profumi di trent’anni fa. Avevo quasi quattro anni e in quella sera la mia famiglia era giunta a Frigento, dove si era trasferita dopo anni passati da emigrati in Toscana. Mentre i miei genitori erano intenti a seguire le vicende del trasloco, io e mia sorella eravamo con la nonna di mia madre davanti ad una stufa a legna. Già la stufa mi incuriosiva molto coi suoi sportelli, il tubo marrone che portava il fumo fuori dall’abitazione, i cerchi concentrici sul suo piano d’appoggio che seguivo con gli occhi, dall’esterno all’interno e viceversa. Il viaggio oculare veniva interrotto dalla mia bisnonna che con un ferro dalla forma uncinata rompeva la magia dei cerchi e ravvivava il fuoco aggiungendo un pezzo di legno. Proprio da quella stufa estraeva delle patate da sotto la cenere e ce le offriva appena si fossero raffreddate un po’. Niente di più semplice. Quella fu la mia prima cena a Frigento e ancora la ricordo.

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Written on gennaio 14th, 2010 , Enogastronomia

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